Terrorismo, Fbi lancia allerta per Milano e Roma

ROMA - In seguito agli attentati di Parigi, la sicurezza in Italia era già stata rafforzata, ma ora è necessario intensificare ulteriormente le attività di sorveglianza, dal momento che l’Fbi ha segnalato la possibilità che l’Isis attacchi luoghi che ogni giorno ospitano numerosi turisti e utenti, come la basilica di San Pietro a Roma, il Duomo e la Scala di Milano. L’allerta sarebbe massima anche per i palazzi i rappresentanza diplomatica degli Usa a Roma e per gli americani in Italia. I servizi segreti, inoltre, hanno reso noti alle autorità del nostro Paese i nomi di cinque potenziali terroristi che potrebbero trovarsi già in Italia. Le informazioni fornite dall’Fbi sono state confermate anche dalla Dea, la nota Agenzia federale antidroga, facendo scattare immediatamente la massima allerta, sebbene si tratti di indicazioni generiche, senza alcuna precisazione temporale, nessun riferimento a progetti specifici, né segnali diretti di minacce concrete per il Paese. Tuttavia, le indagini proseguiranno anche nei prossimi giorni, soprattutto per rintracciare i cinque sospetti segnalati dall’Fbi e dalla Dea, anche se i primi riscontri delle autorità italiane relativi alla loro presenza nel Paese avrebbero dato esito negativo. A seguito dell’avvertimento lanciato dagli Usa, il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ha invitato i questori di Milano e Roma ad intensificare i controlli nelle città, anche se il livello di allerta è già passato al grado 2, quello che precede l’allerta massima, caratteristica delle situazioni in cui si subisce un attacco terroristico. In particolare, le autorità del Paese si stanno concentrando sulla vigilanza e la sicurezza nei luoghi di culto e di aggregazione. Sono stati disposti anche dei posti di blocco aggiuntivi, per incrementare i controlli a persone o veicoli sospetti. Intanto, l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma ha pubblicato un comunicato sul proprio sito internet, in cui ha scritto: “Gruppi terroristici potrebbero eventualmente utilizzare metodi usati nei recenti attacchi a Parigi. Le autorità italiane sono consapevoli di queste minacce”.

D’Urso, per il nuovo decreto ministeriale necessarie soluzioni condivise

NAPOLI – “Il decreto ministeriale sui compensi degli amministratori giudiziari che entrerà in vigore tra pochi giorni si attendeva dal 1982, però purtroppo non possiamo dire che soddisfi le aspettative. Le prime simulazioni inducono a conclusioni che individuano una forbice troppo vasta tra il compenso previsto per un’azienda di piccole dimensioni ed un compenso eccessivamente alto per aziende con patrimoni vasti. Ritengo necessario arrivare ad uno statuto applicativo condiviso, in maniera da #IMMAGINE#evitare ciò che si è verificato negli ultimi decenni e creare situazioni che l’utenza non potrebbe capire”. Lo ha detto Bruno D’Urso, presidente aggiunto sezione GIP del Tribunale di Napoli, nel corso del forum “La liquidazione dei compensi dell’amministratore giudiziario: prospettive e limitazioni” che si è tenuto presso l’Odcec di Napoli, presieduto da Vincenzo Moretta.“Crediamo che il nuovo decreto sui compensi ruolo penalizzi gli amministratori giudiziari. Aver equiparato l’attività di amministratore giudiziario a quella del curatore fallimentare è un errore per il semplice fatto che il primo ha il compito di gestire i beni sottoposti al procedimento ablativo, il secondo di liquidare l’attivo per soddisfare i creditori – ha sostenuto Arcangelo Sessa, consigliere dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Napoli -. Purtroppo questo provvedimento è già nato nel modo sbagliato, essendo il frutto di mancanza di condivisione con i rappresentanti delle categorie professionali di riferimento, ovvero dottori commercialisti e avvocati”.Secondo Pietro Luca Bevilacqua, presidente Commissione di Studio di Diritto penale dell’Economia dell’Odcec Napoli, “l’amministratore giudiziario quasi nella totalità dei casi amministra e custodisce grandi compensi aziendali, spesso in contesti criminali, nell’ottica di valorizzare gli stessi. I criteri nella determinazione dei compensi non sono in linea con le attività concretamente svolte e con i tempi della giustizia e risultano prevalentemente inadeguati”."Nel corso del dibattito in aula sul DDL di riforma del codice antimafia - ha evidenziato Domenico Posca, presidente onorario Istituto Nazionale Amministratori Giudiziari. -  è stato nuovamente inserito l’illogico limite quantitativo agli incarichi di amministratore giudiziario che il mese scorso la commissione giustizia aveva eliminato (emendamento Bindi 4.1). Una norma definita ammazza amministratori, uscita dalla porta e rientrata dalla finestra, nel corso dell’ultimo giorno di dibattito in aula con l’emendamento 0.13.25.1 che fissa un limite di tre incarichi aziendali. Dovremmo chiederci se è giusto legiferare sull’onda emotiva e giustizialista di un caso sporadico. Ora confidiamo nella saggezza dei senatori".

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